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A 40 anni da Easy Rider (Seconda parte)

Easy Rider è il road movie per eccellenza nonché il capostipite del genere coincide con l’uscita nel ’69 del film; è ciò che Easy Rider mette in scena che viene preso a modello per i successivi film del genere, è Easy Rider che stabilisce quell’insieme di regole, formule che codificano il road movie. L’elemento principale di questo genere è la strada, luogo di incontri, conflitti e confronti che mostrano un preciso universo e danno un immagine della società contemporanea, così che attraverso il viaggio on the road il film riesce a farsi specchio fedele della realtà a rappresentare tensioni, problemi e contraddizioni del periodo. Molte le sequenze in cui Wyatt e Billy percorrono le highways americane nel loro viaggio e dove viene esaltata la bellezza dei paesaggi con campi lunghissimi di natura incontaminata che rimandano all’America primitiva. L’intento è però smitizzante e critico nei confronti di una falsità gradevole e accattivante. Easy Rider prende le distanze da queste immagini da cartolina entrando a contatto pienamente con l’intero contesto e facendo emergere le contraddizioni del paese, inserendo brevi inquadrature sulla non facile vita della popolazione di colore, mostrando il loro lavoro o le loro abitazioni, nel mezzo di sequenze in cui sono illustrate le case dei ricchi in perfetto stile coloniale.
 
Elemento importantissimo in Easy Rider è la musica, che contribuisce a illustrare ciò che accade nelle immagini: non è più un sostegno esterno, ma diventa una specie di coro a commento delle sequenze e quindi arricchisce a livello extra-diegetico il significato della visione. Inoltre la musica, che è quella rock presa dalla produzione contemporanea, è considerata una delle parti fondamentali attraverso cui si è formata e consolidata la fama mitica che circonda la pellicola. I dieci brani utilizzati in Easy Rider svolgono la loro funzione di commento over all’interno della narrazione nel momento in cui l’intreccio viene momentaneamente interrotto. Quest’interruzione si realizza nelle sequenze di raccordo tra le varie tappe del cammino di Billy e Wyatt; alla strada viene quindi attribuita la funzione di tessuto connettivo tra una situazione emblematica e l’altra. Il momento dello spostamento è sempre commentato dalla presenza di una canzone che, con il suo testo, rende ancora più chiaro quello che le immagini mostrano.
 
La canzone più significativa del film è sicuramente Born to be Wild degli Steppenwolf: “Get your motor runnin’… We’re look for adventure…”, altri brani importanti If you want to be a Bird degli Holy Modal Rounders che accompagna le immagini in cui George e Billy sulle motociclette simulano il volo degli uccelli, animali a cui si associa sempre l’idea di libertà, già il titolo conferma come la libertà desiderata sia legata ad un ipotesi irrealizzabile. Negli ultimi chilometri del loro viaggio sentiamo It’s Allright Ma di Bob Dylan: “… there is no sense in tryingYou discover that you’d just be one more person crying … it’s allright, Ma, I’m only sighing” dove la madre a cui ci si rivolge è la Grande Madre America insensibile e corrotta dove non c’è spazio per pace, amore e liberà. Ballad of Easy Rider di Roger McGuinn segue l’uccisione dei due amici: “Flow river flow … Take me from this road to some other town. All he wanted was to bee free”
 
“Che c’è di male nella libertà?”
 
E a 40 anni da Easy Rider l’abbiamo trovata la libertà?
Forse siamo liberi di cercarla ma tra noi e lei ci sono sempre tanti, troppi ostacoli da superare che ci dissuadono dal trovarla, o forse è solo un’utopia!
 
(8 settembre 2009)                                                              Sara Barnabeo
 
 
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Le fonti
:
 
- Giampiero Frasca, Road Movie. Immaginario, genesi, struttura e forma del cinema americano on the road, UTET Libreria, Torino 2001;
- Stefania Pertoldi, Il mito del viaggio in Easy Rider, Campanotto Editore, Udine 1987;
- Adelio Ferrero, Hopper e Fonda: “Easy Rider”, in Dal cinema al cinema, Longanesi, Milano 1980;
- Paolo Mereghetti, Il Mereghetti Dizionario dei Film 2002, Baldini e Castoldi, Milano 2001;
- Francesco Casetti, L’Occhio del Novecento, Milano 2003.



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