Il romanzo: A Clockwork Orange di Anthony Burgess, dal quale è tratto il film: Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, indica il libero arbitrio come il più grande valore e diritto che l’uomo deve possedere e praticare per potersi definire tale.
Le vicissitudini di Alex, giovane dedito alla violenza, alla rapina e allo stupro, sono raccontate in flashback in prima persona. Questo espediente permette di leggere la vicenda da una prospettiva privilegiata e ironicamente beffarda. La violenza millantata dal protagonista-narratore sconvolge il lettore in misura minore rispetto alla violenza praticata in modo sistematico e burocratico dallo Stato.
Per Burgess è preferibile un mondo di violenza intesa come atto volontario a
un mondo buono perché condizionato, cioè programmato per essere buono e inoffensivo.
Allo stesso modo, nel film di Kubrick, la prima persona del racconto scritto si ritrova nello sguardo in macchina del protagonista e nelle soggettive interiori dei pensieri di Alex. La visione di Kubrick si sovrappone a quella del protagonista che vive e racconta al passato. La soggettiva si ritrova anche nella sequenza del massacro dell’anziana signora. Lo spettatore vive attraverso gli occhi di Alex e lo spettatore subisce il trattamento Ludovico insieme con lui. La macchina da presa indaga, parte dal dettaglio e allarga sull’insieme. Kubrick non scrive la storia, questa è già data, come si riscontra per la maggior parte dei suoi film. Il regista traduce, usando i codici del cinema, un testo filtrato dalla sua personale visione.
La visione di Kubrick.
L’inventiva linguistica di Burgess nel creare un nuovo idioma fatto di abbreviazioni e neologismi ricorda la neolingua inventata da Gorge Orwell in 1984 e allo stesso modo Kubrick dà libero sfogo al proprio talento visionario nell’immaginare un futuro a partire dal mondo a lui contemporaneo, nel controllo totale di tutti gli aspetti del
linguaggio cinematografico (fotografia, sceneggiatura, recitazione, montaggio, musica e scenografia) conciliandolo bene con un testo carico di suggestioni sul nostro futuro.
Il finale del libro, non riuscendo a stemperare in una velata ironia contro l’omologazione la vena troppo conciliante, viene tagliata. Al contrario, nel film il finale rimane ambiguo, come ambiguo è il linguaggio cinematografico che espone il fianco a mille sfumature e a mille ipotetiche discettazioni.
(1 agosto 2007) Michelangelo Salvioni
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