ComunicaMente: Comunicazione e politica
Cosi come Jacques Offenback scriveva le sue operette stando affacciato sul balcone di casa sua, sostenendo l’importanza dell’ispirazione datagli dal parlare della vita cittadina, cioè da quelle persone che sarebbero poi diventate i fruitori delle sue composizioni musicali; e ancora, sull’esempio di Walter Benjamin, il quale grazie all’osservazione di elementi della vita quotidiana, apparentemente marginali, come i passages parigini, la merce, la moda, il gioco, la prostituzione, ecc, riesce a ricostruire globalmente la storia di un secolo, l’Ottocento, colto proprio dall’osservazione di una città, Parigi, e soprattutto nella sua vita cittadina. Lo stesso modus operandi caratterizza il nuovo saggio di Vincenzo Susca e Derrick de Kerckhove, Transpolitica. Nuovi rapporti di potere e di sapere, pubblicato da Apogeo. Infatti, come affermano gli stessi autori nella loro premessa: “Abbiamo scelto di integrare alle teorie e alle interpretazioni di ciò che avviene nell’ambito dell’incrocio tra media, politica e immaginario, la descrizione di una serie di dati sociali ed estetici che possono porsi come figure emblematiche delle tesi proposte”.

 

La prima parte del saggio, intitolata “Tecnomagia”, cerca di dare un’opinione di tipo socio-culturale sulle mutazioni che la società contemporanea sta attraversando, cambiamenti fortemente connotati dal fattore: tecnologia, la quale ha modificato il suo significato, il suo essere esclusivamente mezzo di trasporto di un certo atto comunicativo, diventando una sorta di totem in grado di coniugare significante e significato, oggetto e soggetto, cultura e natura, sfruttando quelle che sono le pulsioni emozionali e ludiche, così come i nostri piaceri estetici, cioè sensibili, piacevoli ai nostri sensi. Un totem che continuamente prova a porre in sinergia un universo fisico, estetico, visibile ai nostri occhi con un altro universo a noi invisibile. Uno degli ambiti sotto maggiore osservazione all’interno di questo gigantesco processo di trasformazione è quello politico, che naturalmente non resta immobile. Non a caso nel libro si parla, in riferimento a Walter Benjamin, di “La politica nell’epoca della sua riproducibilità digitale”, considerando a tal proposito il decifrare di una forma di potere politico fatta di gesti, movimenti, posizioni del corpo, utilizzo del linguaggio, e che trova nel mondo dello spettacolo un’ampia cassa di risonanza, determinandone la sua riproducibilità digitale. Ma questa riproduzione, così come avviene per le opere d’arte di Benjamin, diventa deleteria per la politica poichè ne consuma ll’ “Aura”, portando così quello che prima abbiamo chiamato “mondo dello spettacolo” a essere non solo mero “mezzo di comunicazione di una forma di potere”, ma diventa esso stesso forma di potere, quello che Susca e De Kerckhove descrivono nel loro libro utilizzando la formula “dalla politica-spettacolo alla politicizzazione dello spettacolo” e che lo stesso McLuhan aveva anticipato con la famosa formula the medium is the message. Questo processo di mutazione che mette in relazione la politica con il mondo della comunicazione presuppone che la prima integri al proprio interno delle modalità, delle linguaggi, delle prospettive a lei estranee. La questione quindi diventa capire se effettivamente questi due universi possano conciliarsi tra loro e fino a che punto è possibile che questo avvenga. Il saggio risponde a tali questioni sottoponendo all’attenzione la nascente e sempre più sviluppata figura del “telepopulista”: caratterizzata da diverse sfumature che dipendono dalla persona che la incarna, è una figura che si identifica come il politico contemporaneo, ma che in realtà nei contenuti e nelle strategie realizza uno spettacolo, uno spettacolo politicizzato.

 

Più la politica riesce a integrarsi, a fondersi, con il sistema dei media, maggiore sarà la sinergia con il corpo sociale; non è più sufficiente una mera trasmissione di significanti e significati. In questo caso si poterebbe fare a meno di qualsiasi mediazione perchè la politica diventa comunicazione e viceversa. La motivazione che starebbe dietro questo processo di integrazione tra politica e comunicazione risiede, da quanto suggerito nel saggio, nella progressiva rottura tra politica e immaginario collettivo (elemento fondamentale per conquistare il consenso del corpo sociale) che dà vita a una moltitudine di soggettività tecnosociali, comunità autonome, indipendenti, in grado di creare propri stili di vita con delle regole proprie, le quali in molti casi hanno la meglio sulle regole scritte e consuetudinarie del vivere comune dell’intera società; tutte queste comunità sono cariche ciascuna di un pezzettino di potere, se non altro perchè sono formate da individui che danno ognuno il proprio contributo al consenso generale. Tutte queste sfere pubbliche sono dotate di una propria “comunicrazia” – termine utilizzato nel saggio di Susca e De Kerckhovè – costituita dalle esperienze che ogni gruppo genera al suo interno, senza avere la necessità di relazionarsi con ciò che è esterno alla comunità. Questo vuol dire che la famosa Aura di cui parlava Benjamin non si è dissolta, piuttosto si è frammentata parallelamente al frammentarsi della società in tante piccole tribù, blog, comunità virtuali, ognuna con la sua comunicrazia. Questa configurazione determina quella che nel libro è definità come “la ricreazione del mondo”, basata su una dimensione simbolica, emozionale, estetica, ancor prima che politica, che si potrebbe definire transpolitica. Una sensibilità, quella transpolitica, generata da esperienze quali Second Life, Facebook, l’intrattenimento dei nuovi dj: tutti elementi costituenti immaginari collettivi sui quali si basano le diverse comunità virtuali, blog, tribù. Queste esperienze spingono affinchè la realtà fisica si confonda sempre più con quel dato immaginario collettivo tipico di una specifica comunità. Le varie tribù esistenti con le loro relative comunicrazie costruiscono inconsciamente (almeno per il momento) nuovi rapporti di potere e di sapere in tutti gli ambiti, non solo in politica, dato che generano quella legittimazione del consenso utile per esempio a un leader o a un partito politico per poter conquistare il governo di una comunità nazionale o sovranazionale. Una cultura digitale o “cybercultura” che rappresenta quel luogo in cui gli individui si rifugiano durante il processo di emigrazione da una cultura politica basata sulla rappresentanza, sulle ideologie, sulle istituzioni, su un rapporto tra élite e masse di tipo verticale.



(14 novembre 2008)                                                                                                      Benedetto Vacca





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- The medium is the message di Michele Norsa





Le fonti
:

 - Vincenzo Susca, Derrick de Kerckove, Transpolitica, Apogeo, Milano 2008





Link correlati:

- La schedahttp://www.apogeonline.com/libri/9788850327300/scheda">scheda> del libro sul sito di Apogeo







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Comunicazione e politica
Cosi come Jacques Offenback scriveva le sue operette stando affacciato sul balcone di casa sua, sostenendo l’importanza dell’ispirazione datagli dal parlare della vita cittadina, cioè da quelle persone che sarebbero poi diventate i fruitori delle sue composizioni musicali; e ancora, sull’esempio di Walter Benjamin, il quale grazie all’osservazione di elementi della vita quotidiana, apparentemente marginali, come i passages parigini, la merce, la moda, il gioco, la prostituzione, ecc, riesce a ricostruire globalmente la storia di un secolo, l’Ottocento, colto proprio dall’osservazione di una città, Parigi, e soprattutto nella sua vita cittadina. Lo stesso modus operandi caratterizza il nuovo saggio di Vincenzo Susca e Derrick de Kerckhove, Transpolitica. Nuovi rapporti di potere e di sapere, pubblicato da Apogeo. Infatti, come affermano gli stessi autori nella loro premessa: “Abbiamo scelto di integrare alle teorie e alle interpretazioni di ciò che avviene nell’ambito dell’incrocio tra media, politica e immaginario, la descrizione di una serie di dati sociali ed estetici che possono porsi come figure emblematiche delle tesi proposte”.
 
La prima parte del saggio, intitolata “Tecnomagia”, cerca di dare un’opinione di tipo socio-culturale sulle mutazioni che la società contemporanea sta attraversando, cambiamenti fortemente connotati dal fattore: tecnologia, la quale ha modificato il suo significato, il suo essere esclusivamente mezzo di trasporto di un certo atto comunicativo, diventando una sorta di totem in grado di coniugare significante e significato, oggetto e soggetto, cultura e natura, sfruttando quelle che sono le pulsioni emozionali e ludiche, così come i nostri piaceri estetici, cioè sensibili, piacevoli ai nostri sensi. Un totem che continuamente prova a porre in sinergia un universo fisico, estetico, visibile ai nostri occhi con un altro universo a noi invisibile. Uno degli ambiti sotto maggiore osservazione all’interno di questo gigantesco processo di trasformazione è quello politico, che naturalmente non resta immobile. Non a caso nel libro si parla, in riferimento a Walter Benjamin, di “La politica nell’epoca della sua riproducibilità digitale”, considerando a tal proposito il decifrare di una forma di potere politico fatta di gesti, movimenti, posizioni del corpo, utilizzo del linguaggio, e che trova nel mondo dello spettacolo un’ampia cassa di risonanza, determinandone la sua riproducibilità digitale. Ma questa riproduzione, così come avviene per le opere d’arte di Benjamin, diventa deleteria per la politica poichè ne consuma ll’ “Aura”, portando così quello che prima abbiamo chiamato “mondo dello spettacolo” a essere non solo mero “mezzo di comunicazione di una forma di potere”, ma diventa esso stesso forma di potere, quello che Susca e De Kerckhove descrivono nel loro libro utilizzando la formula “dalla politica-spettacolo alla politicizzazione dello spettacolo” e che lo stesso McLuhan aveva anticipato con la famosa formula the medium is the message. Questo processo di mutazione che mette in relazione la politica con il mondo della comunicazione presuppone che la prima integri al proprio interno delle modalità, delle linguaggi, delle prospettive a lei estranee. La questione quindi diventa capire se effettivamente questi due universi possano conciliarsi tra loro e fino a che punto è possibile che questo avvenga. Il saggio risponde a tali questioni sottoponendo all’attenzione la nascente e sempre più sviluppata figura del “telepopulista”: caratterizzata da diverse sfumature che dipendono dalla persona che la incarna, è una figura che si identifica come il politico contemporaneo, ma che in realtà nei contenuti e nelle strategie realizza uno spettacolo, uno spettacolo politicizzato.
 
Più la politica riesce a integrarsi, a fondersi, con il sistema dei media, maggiore sarà la sinergia con il corpo sociale; non è più sufficiente una mera trasmissione di significanti e significati. In questo caso si poterebbe fare a meno di qualsiasi mediazione perchè la politica diventa comunicazione e viceversa. La motivazione che starebbe dietro questo processo di integrazione tra politica e comunicazione risiede, da quanto suggerito nel saggio, nella progressiva rottura tra politica e immaginario collettivo (elemento fondamentale per conquistare il consenso del corpo sociale) che dà vita a una moltitudine di soggettività tecnosociali, comunità autonome, indipendenti, in grado di creare propri stili di vita con delle regole proprie, le quali in molti casi hanno la meglio sulle regole scritte e consuetudinarie del vivere comune dell’intera società; tutte queste comunità sono cariche ciascuna di un pezzettino di potere, se non altro perchè sono formate da individui che danno ognuno il proprio contributo al consenso generale. Tutte queste sfere pubbliche sono dotate di una propria “comunicrazia” – termine utilizzato nel saggio di Susca e De Kerckhovè – costituita dalle esperienze che ogni gruppo genera al suo interno, senza avere la necessità di relazionarsi con ciò che è esterno alla comunità. Questo vuol dire che la famosa Aura di cui parlava Benjamin non si è dissolta, piuttosto si è frammentata parallelamente al frammentarsi della società in tante piccole tribù, blog, comunità virtuali, ognuna con la sua comunicrazia. Questa configurazione determina quella che nel libro è definità come “la ricreazione del mondo”, basata su una dimensione simbolica, emozionale, estetica, ancor prima che politica, che si potrebbe definire transpolitica. Una sensibilità, quella transpolitica, generata da esperienze quali Second Life, Facebook, l’intrattenimento dei nuovi dj: tutti elementi costituenti immaginari collettivi sui quali si basano le diverse comunità virtuali, blog, tribù. Queste esperienze spingono affinchè la realtà fisica si confonda sempre più con quel dato immaginario collettivo tipico di una specifica comunità. Le varie tribù esistenti con le loro relative comunicrazie costruiscono inconsciamente (almeno per il momento) nuovi rapporti di potere e di sapere in tutti gli ambiti, non solo in politica, dato che generano quella legittimazione del consenso utile per esempio a un leader o a un partito politico per poter conquistare il governo di una comunità nazionale o sovranazionale. Una cultura digitale o “cybercultura” che rappresenta quel luogo in cui gli individui si rifugiano durante il processo di emigrazione da una cultura politica basata sulla rappresentanza, sulle ideologie, sulle istituzioni, su un rapporto tra élite e masse di tipo verticale.

(14 novembre 2008)                                                                                                      Benedetto Vacca


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Le fonti
:
 - Vincenzo Susca, Derrick de Kerckove, Transpolitica, Apogeo, Milano 2008


Link correlati:
- La scheda del libro sul sito di Apogeo



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