ComunicaMente: Comunicazione politica: dalla stampa al web

 

La politica è una questione corporale. Non solo corpi sociali, elettorali o biologici. I corpi dei leader e degli uomini di Stato, riconoscibili e continuamente mutevoli, pescano a piene mani dall’immaginario culturale, raccontano storie, si rifanno a miti fondativi, condivisi. Nell’epoca della politica-spettacolo, in cui l’aspetto comunicativo ha un ruolo pressoché dominante nella ricerca del consenso, il corpo del leader deve riuscire a costituirsi in qualche modo come brand, prodotto appetibile per la più parte dell’elettorato.

 

La recente pubblicazione di Meltemi Il superleader mette a fuoco la situazione politico-comunicativa in Italia dal 1994 a oggi; tuttavia, se questa data rappresenta lo spartiacque nel processo di spettacolarizzazione e mediatizzazione della politica nel nostro Paese, il testo di Federico Boni rivela forse involontariamente lo stato di arretratezza della “politica” dello sfruttamento dei canali mediatici da parte della nostra classe politica , sia pure la più lungimirante. Se infatti un abile manager di sé stesso come l’attuale Presidente del Consiglio ha catturato il favore degli italiani presentandosi come protagonista di un racconto (self made man, brillante imprenditore, presidente di una squadra di calcio vincente) e quindi comunicando e comunicandosi, ha attuato il suo progetto servendosi di media tradizionali o semitradizionali: televisione (soprattutto) e stampa. Ulteriore dato su cui riflettere: la campagna elettorale del 2008 ha visto un medium da tempo trascurato dal mercato come la radio riacquisire almeno in parte quella centralità che aveva nell’era pretelevisiva.

 

Se è dunque vero che personalizzazione (esibizione di un corpo prestante e snello) e spettacolarizzazione (il recente matrimonio di Sarkozy con un ex top model, ma anche l’abilità con cui Vladimir Luxuria sia riuscita a trionfare sull’Isola dei famosi) sono i pilastri su cui si regge la comunicazione politica nell’era contemporanea, la narrazione e la rappresentazione del leader si dispiegano anche nei new media. Gli Stati Uniti sono, a tal proposito, terreno privilegiato di indagine. Le recenti elezioni americane hanno posto in rilievo l’importanza di ipermedium come Internet; esempio evidente di come la politica si sia aperta alla Rete è la discesa in campo di Hillary Clinton via YouTube: la moglie dell’ex presidente, con un gesto assai lungimirante, ha deciso di presentarsi agli elettori democratici attraverso un video sul celebre sito spiegando le ragioni della sua candidatura. Altro elemento che permette di riconoscere in Internet il canale emergente della comunicazione politica negli Stati Uniti è la particolare attenzione che Barack Obama e John McCain hanno dedicato ai rispettivi siti personali. Non più solo apparizioni televisive, comizi e propaganda door to door, ma una nuova modalità di partecipazione attraverso la possibilità offerta all’elettorato di sentirsi parte di una comunità politica e virtuale: link, topic e keywords vanno ad affiancarsi e a sostenere le capacità oratorie e retoriche del candidato (da una parte la messa in scena dell’esperienza legata alla saggezza e l’esibizione delle ferite del reduce, dall’altra l’eredità di predicatori come Abraham Lincoln e Martin Luther King e l’insistenza sulla possibilità di un cambiamento) e la vendita del merchandsing (t-shirt, bandierine, coccarde).

 

barackobama.comhttp://www.barackobama.com">barackobama.com> e johnmccain.comhttp://www.johnmccain.com">johnmccain.com>, similari nella veste estetica e per istituzionalità, differiscono – e su questo terreno il candidato democratico è stato vittorioso – per l’uso del Web 2.0: ignorato completamente dal piano comunicativo di McCain, questo strumento di socialità è stato invece strategico nella campagna presidenziale del senatore di Chicago. L’utilizzo massiccio di social network quali Facebook e MySpace, oltre a creare socialità, permette un contatto più diretto e personalizzato con l’elettore, mobilitandolo più efficacemente in vista di nuove iniziative. Rendendo l’elettore maggiormente partecipe, lo si predispone con più facilità a investire denaro per la causa del partito e/o della campagna in vista di un particolare obiettivo. A questo proposito si pensi a quanto, in termini di sostegno economico “dal basso”, Obama abbia trionfato sul suo avversario: 630 milioni di dollari per il neopresidente americano contro i 358 di McCain.

 

La campagna presidenziale e la successiva elezione di Obama non solo hanno messo in luce la capacità del candidato di farsi protagonista di un racconto più credibile rispetto all’avversario, ma ha evidenziato la necessità da parte della politica di saper maneggiare gli strumenti più avanzati della comunicazione mediatica: McCain che confessa al «New York Times» di non saper navigare su Internet sembra quasi essere la dichiarazione preventiva di una sconfitta nel campo di una democrazia virtuale che decreta non tanto l’equivalenza 1 click=1 voto quanto piuttosto l’emergere di nuove e fruttuose possibilità di incontro tra corpo politico e corpo sociale.

 

(17 gennaio 2009)                                                                                                          Andrea Favazzo







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La politica è una questione corporale. Non solo corpi sociali, elettorali o biologici. I corpi dei leader e degli uomini di Stato, riconoscibili e continuamente mutevoli, pescano a piene mani dall’immaginario culturale, raccontano storie, si rifanno a miti fondativi, condivisi. Nell’epoca della politica-spettacolo, in cui l’aspetto comunicativo ha un ruolo pressoché dominante nella ricerca del consenso, il corpo del leader deve riuscire a costituirsi in qualche modo come brand, prodotto appetibile per la più parte dell’elettorato.
 
La recente pubblicazione di Meltemi Il superleader mette a fuoco la situazione politico-comunicativa in Italia dal 1994 a oggi; tuttavia, se questa data rappresenta lo spartiacque nel processo di spettacolarizzazione e mediatizzazione della politica nel nostro Paese, il testo di Federico Boni rivela forse involontariamente lo stato di arretratezza della “politica” dello sfruttamento dei canali mediatici da parte della nostra classe politica , sia pure la più lungimirante. Se infatti un abile manager di sé stesso come l’attuale Presidente del Consiglio ha catturato il favore degli italiani presentandosi come protagonista di un racconto (self made man, brillante imprenditore, presidente di una squadra di calcio vincente) e quindi comunicando e comunicandosi, ha attuato il suo progetto servendosi di media tradizionali o semitradizionali: televisione (soprattutto) e stampa. Ulteriore dato su cui riflettere: la campagna elettorale del 2008 ha visto un medium da tempo trascurato dal mercato come la radio riacquisire almeno in parte quella centralità che aveva nell’era pretelevisiva.
 
Se è dunque vero che personalizzazione (esibizione di un corpo prestante e snello) e spettacolarizzazione (il recente matrimonio di Sarkozy con un ex top model, ma anche l’abilità con cui Vladimir Luxuria sia riuscita a trionfare sull’Isola dei famosi) sono i pilastri su cui si regge la comunicazione politica nell’era contemporanea, la narrazione e la rappresentazione del leader si dispiegano anche nei new media. Gli Stati Uniti sono, a tal proposito, terreno privilegiato di indagine. Le recenti elezioni americane hanno posto in rilievo l’importanza di ipermedium come Internet; esempio evidente di come la politica si sia aperta alla Rete è la discesa in campo di Hillary Clinton via YouTube: la moglie dell’ex presidente, con un gesto assai lungimirante, ha deciso di presentarsi agli elettori democratici attraverso un video sul celebre sito spiegando le ragioni della sua candidatura. Altro elemento che permette di riconoscere in Internet il canale emergente della comunicazione politica negli Stati Uniti è la particolare attenzione che Barack Obama e John McCain hanno dedicato ai rispettivi siti personali. Non più solo apparizioni televisive, comizi e propaganda door to door, ma una nuova modalità di partecipazione attraverso la possibilità offerta all’elettorato di sentirsi parte di una comunità politica e virtuale: link, topic e keywords vanno ad affiancarsi e a sostenere le capacità oratorie e retoriche del candidato (da una parte la messa in scena dell’esperienza legata alla saggezza e l’esibizione delle ferite del reduce, dall’altra l’eredità di predicatori come Abraham Lincoln e Martin Luther King e l’insistenza sulla possibilità di un cambiamento) e la vendita del merchandsing (t-shirt, bandierine, coccarde).
 
barackobama.com e johnmccain.com, similari nella veste estetica e per istituzionalità, differiscono – e su questo terreno il candidato democratico è stato vittorioso – per l’uso del Web 2.0: ignorato completamente dal piano comunicativo di McCain, questo strumento di socialità è stato invece strategico nella campagna presidenziale del senatore di Chicago. L’utilizzo massiccio di social network quali Facebook e MySpace, oltre a creare socialità, permette un contatto più diretto e personalizzato con l’elettore, mobilitandolo più efficacemente in vista di nuove iniziative. Rendendo l’elettore maggiormente partecipe, lo si predispone con più facilità a investire denaro per la causa del partito e/o della campagna in vista di un particolare obiettivo. A questo proposito si pensi a quanto, in termini di sostegno economico “dal basso”, Obama abbia trionfato sul suo avversario: 630 milioni di dollari per il neopresidente americano contro i 358 di McCain.
 
La campagna presidenziale e la successiva elezione di Obama non solo hanno messo in luce la capacità del candidato di farsi protagonista di un racconto più credibile rispetto all’avversario, ma ha evidenziato la necessità da parte della politica di saper maneggiare gli strumenti più avanzati della comunicazione mediatica: McCain che confessa al «New York Times» di non saper navigare su Internet sembra quasi essere la dichiarazione preventiva di una sconfitta nel campo di una democrazia virtuale che decreta non tanto l’equivalenza 1 click=1 voto quanto piuttosto l’emergere di nuove e fruttuose possibilità di incontro tra corpo politico e corpo sociale.
 
(17 gennaio 2009)                                                     Andrea Favazzo



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