Cantore della vita piccolo-borghese della provincia americana, Raymond Carver (Clatskanie, 25 maggio 1938 - Port Angeles, 2 agosto 1988) può essere senza dubbio considerato un continuatore novecentesco della tradizione del romanzo realista. Con rinnovato spirito balzachiano, infatti, il narratore e poeta statunitense presenta con dovizia di particolari i gesti casalinghi e le nevrosi quotidiane dei suoi antieroi senza cognomi (quasi si presentassero vis-a-vis al lettore nell’intimità della loro casa). Ma ancora più che i personaggi a farla da padroni nelle short stories di Chi ha usato questo letto, la sua raccolta di racconti scritti tra il 1983 e il 1987, sono forse gli oggetti: stoviglie, comodini, sigarette, televisori, dollari... Descrizioni di interni che introducono chi legge in un enorme vano popolato di cose (la vita borghese, appunto) e che costituiscono, all’apparenza, un insieme di dettagli superflui sullo sfondo di un quadro di vita domestica. Le cose di Carver, invece, non rappresentano unicamente se stesse (e l’incarnazione del sogno di consumo americano), ma sono insieme oggetti fisici e metafisici, eliotiani portatori di rivelazioni ed epifanie, varchi per la comprensione del mondo contemporaneo. In questo modo, le scatole di un trasloco diventano nell’omonimo racconto la reificazione della solitudine e del tedium vitae di chi ha perso il compagno della vita, mentre nel celebre Chi ha usato questo letto, la spina di un telefono che squilla nel cuore della notte si fa emblema del dilemma del protagonista di fronte al tema dell’eutanasia. In mezzo a questo mare di corpi inanimati, a emergere sono anche gli inusuali correlativi oggettivi dell’attività letteraria: non più penne, stilo, fogli o pergamene, ma un rastrello e un tappo di bottiglia. Il primo, presente in ben due racconti della raccolta (Intimità e Menudo), è lo strumento nato per creare ordine dalla confusione (proprio come la scrittura fa con memorie e pensieri sparsi), con un movimento che infligge solchi al terreno e che sembra ricordare l’atto di incisione di una superficie. Più criptica appare invece, nel racconto L’incarico, la scelta del tappo di bottiglia come simbolo letterario: il giovane cameriere del racconto, figura dell’autore stesso, raccogliendo questo banale oggetto con cui Cechov ha dato addio alla vita, raccoglie simbolicamente anche la sua eredità artistica di scrittore di piccole cose.
(16 settembre 2007) Alessandra Favazzo
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