I sessant'anni di John Carpenter - ComunicaMente
Un lungo piano sequenza in soggettiva conduce lo sguardo dello spettatore dall’entrata di una villetta della provincia americana verso la camera di una giovane donna intenta ad amoreggiare con il proprio ragazzo; questo è il celeberrimo incipit di Halloween: la notte delle streghe, una sequenza che si rivela metonimica di un modo di costruzione di immagini e di mondi.

John Carpenter compie sessant’anni di cui più di metà dedicati a un rinnovamento dall’interno di generi cinematografici come l’horror, la fantascienza e il thriller, nonché dei meccanismi della suspense. La sequenza accennata è sia esempio della capacità del suo cinema di entrare nell’immaginario collettivo sia punto focale da cui scorgere la “forma” dell’opera del regista di Carthage: un cinema che si presenta come cinema-cinema, un medium primariamente visuale in cui la soggettiva è modalità del vedere limitato, provvisorio (in Fantasmi da Marte diventa sguardo alieno), che non può non suggerire l’asfitticità dello spazio nella messa in scena dei film carpenteriani: a titolo di esempio, Dark Star si svolge all’interno di una navicella spaziale, La cosa in una base scientifica, lo stesso Halloween non supera con lo sguardo i confini di una cittadina. Effettuando un ribaltamento nel meccanismo della paura (seguendo così le tracce di Hitchcock), Carpenter individua nella prigione dello sguardo, nello spazio claustrofobico la condizione dell’angoscia e dell’attesa di un pericolo imminente.

Capofila del cosiddetto New Horror, Carpenter è però da considerarsi un regista classico (o meglio, neoclassico), che raccoglie l’eredità di Hawks, di Ford, del già citato Hitchcock e della sci fi americana degli anni Cinquanta, che rappresenta eroi solitari dalla moralità integerrima con uno stile secco, essenziale, così come lo sono anche le colonne sonore che egli stesso compone.

Un regista dalla classicità tutta moderna, immersa completamente in una contemporaneità che non contempla l’assolutezza delle ragioni e la nettezza delle forme quanto piuttosto la frammentazione e la transitorietà, la fluidità. La classicità del suo cinema sta perciò nella proteiformità, nel suo rinnovarsi: una classicità mutante, così come mutante è il remake di La cosa da un altro mondo (ma 1997: Fuga da New York e Fuga da Los Angeles non sono forse mutazioni di uno stesso film?), contemporaneo come la nostra realtà continuamente trasformantesi, che veste tutte le forme e nessuna: l’orrore si sposta dunque dai castelli gotici alle odierne cittadine americane, dalla Transilvania alle fabbriche d’auto, agli schermi cinematografici e televisivi facendosi quasi cronachistico aspetto dell’oggi.

Questa mescolanza di reale e immaginario segna quella linea della “poetica” carpenteriana (probabilmente la principale) che giunge sino al recente Cigarette Burns (episodio della prima serie di Masters of Horror), film da leggere come definitiva constatazione della coincidenza di cinema, orrore e realtà.

 

(05 febbraio 2008)                                                                                                       Andrea Favazzo

 

Le fonti:

- F.Casetti, F.di Chio, Analisi del film, Bompiani, Milano 1995

- F.Liberti, John Carpenter, Editrice Il Castoro, Milano, 1997







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I sessant'anni di John Carpenter

Un lungo piano sequenza in soggettiva conduce lo sguardo dello spettatore dall’entrata di una villetta della provincia americana verso la camera di una giovane donna intenta ad amoreggiare con il proprio ragazzo; questo è il celeberrimo incipit di Halloween: la notte delle streghe, una sequenza che si rivela metonimica di un modo di costruzione di immagini e di mondi.
John Carpenter compie sessant’anni di cui più di metà dedicati a un rinnovamento dall’interno di generi cinematografici come l’horror, la fantascienza e il thriller, nonché dei meccanismi della suspense. La sequenza accennata è sia esempio della capacità del suo cinema di entrare nell’immaginario collettivo sia punto focale da cui scorgere la “forma” dell’opera del regista di Carthage: un cinema che si presenta come cinema-cinema, un medium primariamente visuale in cui la soggettiva è modalità del vedere limitato, provvisorio (in Fantasmi da Marte diventa sguardo alieno), che non può non suggerire l’asfitticità dello spazio nella messa in scena dei film carpenteriani: a titolo di esempio, Dark Star si svolge all’interno di una navicella spaziale, La cosa in una base scientifica, lo stesso Halloween non supera con lo sguardo i confini di una cittadina. Effettuando un ribaltamento nel meccanismo della paura (seguendo così le tracce di Hitchcock), Carpenter individua nella prigione dello sguardo, nello spazio claustrofobico la condizione dell’angoscia e dell’attesa di un pericolo imminente.
Capofila del cosiddetto New Horror, Carpenter è però da considerarsi un regista classico (o meglio, neoclassico), che raccoglie l’eredità di Hawks, di Ford, del già citato Hitchcock e della sci fi americana degli anni Cinquanta, che rappresenta eroi solitari dalla moralità integerrima con uno stile secco, essenziale, così come lo sono anche le colonne sonore che egli stesso compone.
Un regista dalla classicità tutta moderna, immersa completamente in una contemporaneità che non contempla l’assolutezza delle ragioni e la nettezza delle forme quanto piuttosto la frammentazione e la transitorietà, la fluidità. La classicità del suo cinema sta perciò nella proteiformità, nel suo rinnovarsi: una classicità mutante, così come mutante è il remake di La cosa da un altro mondo (ma 1997: Fuga da New York e Fuga da Los Angeles non sono forse mutazioni di uno stesso film?), contemporaneo come la nostra realtà continuamente trasformantesi, che veste tutte le forme e nessuna: l’orrore si sposta dunque dai castelli gotici alle odierne cittadine americane, dalla Transilvania alle fabbriche d’auto, agli schermi cinematografici e televisivi facendosi quasi cronachistico aspetto dell’oggi.
Questa mescolanza di reale e immaginario segna quella linea della “poetica” carpenteriana (probabilmente la principale) che giunge sino al recente Cigarette Burns (episodio della prima serie di Masters of Horror), film da leggere come definitiva constatazione della coincidenza di cinema, orrore e realtà.
 
(5 febbraio 2008)                                                            Andrea Favazzo
 
Le fonti:
- F.Casetti, F.di Chio, Analisi del film, Bompiani, Milano 1995
- F.Liberti, John Carpenter, Editrice Il Castoro, Milano, 1997



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