G.Spagnoletti, M.G.De Bonis, A.Schweitzer (a cura di)
Il cinema israeliano contemporaneo
saggi Marsilio
272 pagine
Divenuto negli ultimi anni uno dei fenomeni audiovisivi più interessanti a livello internazionale, il cinema israeliano è riuscito a ottenere una discreta visibilità anche nel nostro Paese, proponendosi anche a un pubblico che non sia quella nicchia composta da cinefili, addetti ai lavori o militanti politici. Il recente successo di titoli come La sposa siriana di Eran Riklis e di Valzer con Bashir di Ari Folman ha finalmente destato un interesse più ampio intorno a un cinema perlopiù misconosciuto – quando non ignorato – anche dalla letteratura critica, la quale si è soffermata soprattutto (ed è proprio questo il caso italiano) sulla figura più importante di questa cinematografia, Amos Gitai.
Marsilio propone un volume – firmato dai più autorevoli critici e docenti universitari israeliani – che abbraccia l’ultimo decennio dello sviluppo di un cinema che è sì d’autore, ma che si radica come pochi altri nella cultura e nella società d’origine. Emblematico in questo senso è il fatto che il libro dedichi un intero capitolo esclusivamente alla cronologia degli eventi del conflitto arabo-israeliano: una conoscenza propedeutica per un cinema che sin dalla sua nascita si è accostato ai temi della guerra, dell’assedio e delle ripercussioni che questi hanno sulla vita della collettività e che negli ultimi anni ha messo in scena storie che toccano soprattutto la sfera individuale (una certa rappresentazione della donna israeliana, il mondo degli adolescenti, la vecchiaia, il conflitto individuo-società).
Lungi dal limitarsi a presentare le figure più carismatiche e più diffusamente riconosciute di questo cinema, il libro tenta di rendere conto della sua identità multiforme, soffermandosi sullo sguardo femminile, sul cinema gay, sul documentario e sull’animazione; Il cinema israeliano contemporaneo si pone come panoramica necessaria sulle estetiche e le dinamiche produttive di un cinema che, crescendo, è andato via via svincolandosi dalla politica e ha messo in discussione i valori sionistici, che ha riesaminato il ruolo della religione nel sistema politico e dato visibilità ai soggetti deboli della società.
Un capitolo intero è infine dedicato al cinema palestinese, attento ai rapporti tra passato e presente della popolazione (con un occhio di riguardo all’anno-chiave 1948) e alla ricomposizione del trauma della perdita; un cinema che – date le contingenze storiche, politiche e geografiche -, al pari di quello israeliano, si trova a negoziare continuamente la propria identità e quella della società. Ed è proprio il cinema israeliano che offre un esempio di elaborazione di istanze politiche e sociali attraverso il lavoro sui propri strumenti. Nei recenti Z32 di Avi Mograbi e Valzer con Bashir (entrambi, non a caso, sul conflitto mediorientale), infatti, due forme di cinema apparentemente opposte tra di loro come il documentario e l’animazione finiscono per incontrarsi e generare un genere ibrido quale la docu-animation, un nuovo e forte strumento di autoanalisi di un popolo.
(2 settembre 2009) Andrea Favazzo
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