Il nichilismo al tempo degli 883 - ComunicaMente

ComunicaMente

Associazione culturale di comunicazione e media. Arte, cinema, pubblicità, marketing, strumenti per una comunicazione efficace su ComunicaMente.org.


Comunicazione Artistica
- Comunicazione Industriale - Comunicazione Mediatica
Nell'occhio, nel cielo
Un viaggio conoscitivo negli spazi siderali del genere fantascientifico... Continua

Tra fiction e documentario: il caso Lucarelli
Alcuni misteri dell’Italia del Dopoguerra sono ricostruiti attraverso una forma narrativo-documentarista… Continua

Sergio Leone. Quando il cinema era grande
Italo Moscati ci accompagna in un viaggio attraverso gli anni d'oro del cinema italiano... Continua

Riformare l'informazione? Qualcuno ci prova...
Digg, il pioniere di un nuovo modello per l’informazione on line... Continua

Categories on ComunicaMente - Associazione Comunicazione e Media

Comunicazione Industriale -  Marketing & Pubblicità
 
 
CinemaTorto

Articles on
Comunicare All’Old BrainFilosofia e WebIpertesto Topics E LinksRestyling Grafico Del Corriere Della SeraCinque Obiettivi Per rilanciare La RaiThe Medium Is The MessageLa Televisione Del Futuro InterattivaHome Alternativa A Second LifeIl Cinema Su ComunicaMenteArancia Meccanica Dalla Carta Alla CelluloideComunicare La Fame Attraverso Il CinemaL’Antenato Del Videoclip - Gli oggetti magici di Raymond Carver - Ynet E Yediot Ahronot - L'Universo Umano Nei Film Di Pedro Almodovar - Maurizio Belpietro nuovo direttore di Panorama - La filosofia matrixiana - Google: una novità tutta italiana - Manuale di redazione - Indagine Assorel - Business Game: Henkel Innovation Challenge - Mimum rinnova il Tg5 - Corsico Scienza - Televisione in 3D - Tutto su di me - Raddoppiano gli abbonati ai servizi tv su internet - Sergio Leone. Quando il cinema era grande - Nell'occhio, nel cielo
 

Crea un sito web con EditArea.
 

Il nichilismo al tempo degli 883

Nonostante godano di scarsa considerazione presso la critica, gli 883 hanno dato vita con la loro musica a una vera e propria opera d’arte pop, che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia della canzone italiana. Epigoni di un’epoca epigonale, gli 883 hanno raccolto insieme i pezzi di una stagione sconvolgente, segnata dall’affermazione globale del (neo)capitalismo spettacolare e della correlativa condizione postmoderna. La compiuta americanizzazione (e televisionizzazione) degli stili di vita nell’Italia degli anni ’80 ha così trovato in Pezzali e Repetto degli interpreti di prim’ordine. I loro dischi da top ten lasciano trasparire in filigrana le tracce di una poetica, seppure disseminata e scarsamente organica, in cui si esprime con vivida intensità lo Zeitgeist di un’Italia in transizione verso la cosiddetta “seconda Repubblica” (corrispettivo politico dell’epigonismo di cui sopra).
 
In un primo momento, il duo si è giovato del sapiente lavoro mitopoietico di Mauro Repetto, che si è da subito imposto come autentico rapsodo dell’odissea postmoderna, ossia come cantore della nostalgia per un’origine che non c’è e che al contempo si ripete indefettibilmente sempre identica, qui e ora. Nella versione repettiana, questo paradosso si esprime nella tensione fra il mito della frontiera, come unica via d’uscita dal provincialismo della Bassa padana e dell’Italia tutta intera, e lo struggente desiderio del ritorno al paradiso perduto della sala giochi e del gruppo di amici che si incontrano sempre allo stesso bar.
I temi del viaggio e del sogno americano sono già espliciti nel nome del gruppo, in cui si annuncia programmaticamente un pellegrinaggio utopico attraverso i non-luoghi dell’industria culturale. Sin dal loro primo hit, Hanno ucciso l’uomo ragno, si fa subito chiara l’aporia in cui si dibatterà da allora in poi la poetica repettiana, presa nell’impasse tra il rimpianto per i miti perduti e l’impossibilità di liberarsi da quegli stessi miti una volta che essi sono entrati nell’eterno ritorno della loro riproducibilità tecnica. L’incapacità di emanciparsi da un’adolescenza virtuale e quindi insuperabile, in quanto definita dall’assedio delle merci che ne colonizzano l’immaginario, sembra proprio il risultato di questo double bind: i mitemi del pop, così come la figura dell’adolescente che da essi è sostanziata, non possono essere perduti se non nel loro eterno ritornare. L’Uomo Ragno sopravvive sempre a se stesso, non solo in quanto la sua immagine viene replicata indefinitamente in una miriade di avatar (fumetti, gadget, film, videogiochi, ecc.), ma anche perché è lo stesso Repetto a farne di nuovo un revenant, celebrandone l’ennesima ripetizione senza differenza.
 
L’inanità di ogni via di fuga (già messa in scena nella tragicomica Con un deca) diventa il tema dominante e si salda con il disorientamento che consegue al crepuscolo degli idoli, dando vita al memorabile album Nord sud ovest est. Tutto ciò che resta del mito è la sua consumazione istantanea sul modello del fast food, in una serata di sesso all’insegna del disincanto e del carpe diem (Sei un mito). L’ultimo approdo di questo doloroso congedo dall’apollineo regno dei sogni è la lugubre Nella notte, in cui si prende atto della brutalità di un mondo in cui tutto è permesso, perché tutto è in vendita e niente può sottrarsi ai corsi e ai ricorsi del mercato. L’invito alla danza dionisiaca (reiterato poi anche in Tieni il tempo) appare però una resa senza condizioni a quel vuoto cui fa da controcanto la lucida disperazione di Cumuli e di L’ultimo bicchiere. Ma “all’alba nella via” i sogni e le notti non finiscono, e Repetto fa in tempo a lasciarci il suo ultimo grande capolavoro, Nord sud ovest est, la title track dell’album. Il decoupage repettiano tocca qui il suo apogeo, consegnandoci una canzone che è già la sceneggiatura del proprio videoclip, un cortometraggio che si fa musica e condensa in quattro minuti il viaggio al termine della notte di un’intera generazione. Nella scena finale del ballo, sorta di reminiscenza felliniana proiettata in una versione trash dello spaghetti western, il ventenne figlio degli anni ‘80 sembra trovarsi per la prima volta di fronte a un autentico bivio: da un parte lasciarsi trasportare dal vento e continuare a inseguire il feticcio di una frontiera che si sposta con lui, e che in pratica rimane sempre immobile, oppure dall’altra riappropriarsi della propria capacità di scelta, traducendola in prassi attiva. Nonostante la risoluzione suggerita in Nord sud ovest est (la colt non spara neanche un colpo), Repetto avverte di essere giunto al punto di non ritorno della propria opera di cantore postmoderno, oltre cui rimane soltanto la strada della critica sociale (tentata in Chiuditi nel cesso), che è però propedeutica alla sua conseguente uscita di scena.
 
Pezzali deve ora affrontare da solo il grande incubo, ossia l’incipiente cristallizzazione del progetto 883 nella narcosi allucinatoria di un sogno senza risveglio (La donna, il sogno & il grande incubo). Egli riesce però con un ultimo sussulto a raccogliere il testimone repettiano e, quasi facendo corpo con il proprio doppio, confeziona quella che può essere considerata a giusto titolo come l’ultima canzone degli 883, se non cronologicamente, almeno logicamente, Gli anni. Ritroviamo qui i classici topoi repettiani (la fantasmagoria delle merci sovrapposta al lutto per un passato ormai irrecuperabile), trasfigurati però in virtù di una padronanza formale che non ha eguali. Attraverso l’impiego dell’anafora, Pezzali non solo mima il ciclo continuo del consumo, ma ce ne offre un esercizio performativo, aprendo un interstizio in cui ci è consentito coglierci nel bilico tra l’eco interminabile di ciò che risuona identico in ogni frammento pop e il silenzio che contorna il rumore di fondo della società post-industriale (“il silenzio fermo della città” evocato in Ti sento vivere). Da qui in poi tutte le canzoni degli 883 possono essere considerate come epitaffi postumi, in cui non si commemora più un passato che sempre di nuovo ritorna, quanto piuttosto un eterno presente che non passa mai. Il brand 883 si diluisce nel suo stesso perpetuo riciclo, e degni di nota rimangono soltanto i patetici canti funebri con cui Pezzali glossa definitivamente la sua opera (si ricordino qui soltanto il requiem minimalista di Grazie mille e l’amor fati terminale sancito in Come deve andare). Con il passaggio al marchio “Max Pezzali”, le spoglie del duo pavese vengono riposte nell’archivio della cultura pop, idealmente inumate accanto all’Uomo Ragno, anch’egli rimasto vittima della tela da lui stesso ordita.

(17 ottobre 2008)                                                                  Gillo De Luzo
 


Menù Principale:  Home Page - Comunicazione Artistica - Musica- Il nichilismo al tempo degli 883
Redazioni Correlate:  MusicaLetteraturaArte