<div>Tra i diadochi che si sono affermati in seguito alla morte del Re e all’abdicazione dei baronetti del pop, la figura di Michael Jackson troneggia in primo piano. Se <b>Elvis</b> aveva avviato la contemporanea domesticazione del rock ‘n’ roll e del rhythm and blues, i <b>Beatles</b> avevano portato a compimento la <i>reductio ad unum</i> di tutti i generi nell’alveo del pop.</div>
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<div>Ultimo discendente della <b><i>black music</i></b>, quasi concepito in vitro dalla Motown Records e gettato sul palcoscenico dello show business a soli undici anni, Jackson ha raccolto l’eredità di un pop ormai pervasivamente transculturale e si è così trovato a transitare il movimento per i diritti civili degli afroamericani oltre se stesso, abbattendo l’ultima barriera della segregazione musicale. A tal fine, inverando il materialismo volgare e wasp degli anni ’80, Jackson ha voluto replicare “sulla sua pelle” l’omogenizzazione degli stili promossa dalla musica pop, realizzando <i>in corpore vili</i> la neutralizzazione di ogni determinazione di età, di razza e di sesso. Immolando il suo corpo, che già dal video di <b>Thriller</b> si rivelava nella sua natura di carne non-morta, automatismo eterodiretto dallo scorrere sincopato delle immagini su Mtv e dalle fluttuazioni delle <i>charts</i>, Jackson ha reso così possibile la definitiva trasfigurazione della musica nera nel <i>mainstream</i> del rhythm and blues contemporaneo. La tragica grandezza di questo <b>esperimento di <i>body art</i></b> ha avuto come risvolto la riconversione del corpo del cantante nella diafana asostanzialità di un’immagine elevata a <b>feticcio del pop</b>. In ciò sta la geniale intuizione di Michael Jackson: aver dileguato, anima e corpo, nella indifferente differenza tra l’ideale e il reale che il pop (de)realizza attraverso il medium dell’immaginario, autentico schematismo trascendentale dello spettacolare globale, di cui l’irrappresentabile e impermanente effige del cantante è la degna epitome (dall’irriflesso riverbero di <b>Man in the Mirror</b> al <i>morphing</i> del video di <b>Black or White</b>).</div>
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<div>Letteralmente <i>symbolon</i> di un’epoca, il “re del pop” ha dunque realizzato la metamorfosi della sua storia personale in Storia del mondo e viceversa (<b>HIStory</b>), nel momento stesso in cui ne ha sancito l’epidermico disfacimento. Jackson ha eliso la propria esistenza umana in favore di una inconsistenza fantasmatica ed eterea che lo ha reso eternamente consumabile, proiettandolo al di là della vita e della morte (<i>Unbreakable</i>), della luce e dell’oscurità (<i>Black or white</i>), del sé e dell’altro (<b>Another Part of Me</b>), nella perenne e indiscernibile permutazione degli opposti.</div>
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(5 luglio 2009)                                                                   Gillo De Luzo</div>
 
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