Vita e morte dell'immagine - ComunicaMente
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<p align="right">Régis Debray<o:p></o:p></p>
<p align="right"><b style="">Vita e morte dell’immagine<o:p></o:p>   </b></p>
<p align="right">il Castoro<o:p></o:p></p>
<p align="right">272 pagine<o:p></o:p></p>
<p align="right"><o:p>&#160;</o:p></p>
<p>Ristampato a undici anni di distanza dalla sua prima edizione italiana, è uscito da poche settimane per l’editore il Castoro l’importante e ambizioso saggio di Régis Debray. Di primo acchito, è possibile affermare che uno dei suoi numerosi e immediati aspetti affascinanti risiede infatti in questa sua volontà di <b style="">abbracciare l’intera vicenda dello sguardo occidentale</b>, facendo propri strumenti teorici e metodologici derivanti da scienze apparentemente lontane tra loro. Secondo l’autore francese, è infatti solo grazie a una disciplina che inglobi – tra le altre storia dell’arte, storia delle tecniche, storia delle religioni, filosofia e sociologia – la <b style="">mediologia</b>, cioè – è possibile ridurre quella frattura, che le teorie hanno contribuito ad allargare, tra estetica e tecnica (tra spirituale e materiale) e cogliere le diverse articolazioni temporali dello sguardo e dell’immagine. È perciò anche questo tipo di sforzo a costituire la straordinaria rilevanza di questo saggio: un intento di messa a confronto che dà traccia di sé anche nel suo linguaggio e in un’espressione che spesso e volentieri ricorre a paradossi e ad arditi parallelismi.<o:p></o:p></p>
<p><o:p>&#160;</o:p></p>
<p>Régis Debray delinea una storia dell’immagine accompagnando il lettore in una “passeggiata barocca”, dividendola in tre Ere che coincidono in parte con la classificazione peirciana dei segni in rapporto agli oggetti (indici, icone e simboli). Ed è così che a un’età caratterizzata dallo sguardo magico (che ha prodotto l’Idolo da venerare) segue (e vi si sovrappone, senza cancellarla) una fase artistica (<b style="">dalla nascita della stampa all’avvento dell’audiovisivo</b>), in cui lo stesso artista rivela il suo ruolo in società e le immagini iniziano a emanciparsi dal culto. Il saggista francese dedica infine le ultime pagine all’epoca contemporanea – l’Era del visivo – che vede la <b style="">smaterializzazione delle immagini</b>, ridotte ormai a modello logico-matematico e a segno. Il XX e XXI secolo vivono in definitiva immersi in una Videosfera, in un universo dominato dal capitale finanziario che conosce l’unificazione mondiale degli sguardi (grazie alla televisione a colori) e la trasformazione degli oggetti di consumo in arte (operata dalla pubblicità).<o:p></o:p></p>
<p><o:p>&#160;</o:p></p>
<p>Il discorso impuro portato avanti da Debray in questo <b style="">Vita e morte dell’immagine </b>sembra davvero non risentire dei suoi vent’anni (la prima edizione francese è del 1992) e, anzi, riesce a parlare a tutti coloro i quali nel 2010 vogliano accostarsi a una profonda riflessione su un oggetto sfuggente quale è l’immagine, andando a ricercare le radici dell’odierno trionfo del digitale.<o:p></o:p></p>
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<p><b style="">L’AUTORE<o:p></o:p>   </b></p>
<p><b style="">Régis Debray</b> dopo essere stato imprigionato in America Latina (1967-1971) ha svolto la funzione di consigliere del presidente della Repubblica in Francia (1981-1988) per poi tornare a occuparsi di filosofia e di scrittura. Tra i suoi libri apparsi in lingua italiana <i>Lettera ai comunisti</i>, <i>Saggi sull’America Latina</i>, <i>Lo Stato seduttore</i>, <i>Dio, un itinerario. Per una storia dell’Eterno in Occidente</i>.<o:p></o:p></p>
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<p>(28 aprile 2010)&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160;&#160; Andrea Favazzo<o:p></o:p></p>
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Vita e morte dell'immagine

Régis Debray

Vita e morte dell’immagine

il Castoro

272 pagine

 

Ristampato a undici anni di distanza dalla sua prima edizione italiana, è uscito da poche settimane per l’editore il Castoro l’importante e ambizioso saggio di Régis Debray. Di primo acchito, è possibile affermare che uno dei suoi numerosi e immediati aspetti affascinanti risiede infatti in questa sua volontà di abbracciare l’intera vicenda dello sguardo occidentale, facendo propri strumenti teorici e metodologici derivanti da scienze apparentemente lontane tra loro. Secondo l’autore francese, è infatti solo grazie a una disciplina che inglobi – tra le altre storia dell’arte, storia delle tecniche, storia delle religioni, filosofia e sociologia – la mediologia, cioè – è possibile ridurre quella frattura, che le teorie hanno contribuito ad allargare, tra estetica e tecnica (tra spirituale e materiale) e cogliere le diverse articolazioni temporali dello sguardo e dell’immagine. È perciò anche questo tipo di sforzo a costituire la straordinaria rilevanza di questo saggio: un intento di messa a confronto che dà traccia di sé anche nel suo linguaggio e in un’espressione che spesso e volentieri ricorre a paradossi e ad arditi parallelismi.

 

Régis Debray delinea una storia dell’immagine accompagnando il lettore in una “passeggiata barocca”, dividendola in tre Ere che coincidono in parte con la classificazione peirciana dei segni in rapporto agli oggetti (indici, icone e simboli). Ed è così che a un’età caratterizzata dallo sguardo magico (che ha prodotto l’Idolo da venerare) segue (e vi si sovrappone, senza cancellarla) una fase artistica (dalla nascita della stampa all’avvento dell’audiovisivo), in cui lo stesso artista rivela il suo ruolo in società e le immagini iniziano a emanciparsi dal culto. Il saggista francese dedica infine le ultime pagine all’epoca contemporanea – l’Era del visivo – che vede la smaterializzazione delle immagini, ridotte ormai a modello logico-matematico e a segno. Il XX e XXI secolo vivono in definitiva immersi in una Videosfera, in un universo dominato dal capitale finanziario che conosce l’unificazione mondiale degli sguardi (grazie alla televisione a colori) e la trasformazione degli oggetti di consumo in arte (operata dalla pubblicità).

 

Il discorso impuro portato avanti da Debray in questo Vita e morte dell’immagine sembra davvero non risentire dei suoi vent’anni (la prima edizione francese è del 1992) e, anzi, riesce a parlare a tutti coloro i quali nel 2010 vogliano accostarsi a una profonda riflessione su un oggetto sfuggente quale è l’immagine, andando a ricercare le radici dell’odierno trionfo del digitale.

 

 

L’AUTORE

Régis Debray dopo essere stato imprigionato in America Latina (1967-1971) ha svolto la funzione di consigliere del presidente della Repubblica in Francia (1981-1988) per poi tornare a occuparsi di filosofia e di scrittura. Tra i suoi libri apparsi in lingua italiana Lettera ai comunisti, Saggi sull’America Latina, Lo Stato seduttore, Dio, un itinerario. Per una storia dell’Eterno in Occidente.

 

(28 aprile 2010)                                                              Andrea Favazzo




 
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