Marisa Ferrario Denna
Ritratti in controcanto
Nomos
157 pagine
Ritratti in controcanto è una raccolta costituita da ritratti in versi di donne scrittrici o pittrici affiancati al ‘controcanto’, all’eco di Marisa Ferrario Denna, poetessa di Busto Arsizio che, finalmente, dopo un silenzio di quindici anni, ci regala un libro semplicemente bello, già considerandolo come oggetto: la Nomos edizioni, casa editrice di recente apertura ma che ha al suo attivo numerosi libri di arte e saggistica varia, oltre che di poesia contemporanea, ha posto molta attenzione anche all’aspetto grafico, a partire dalla copertina – equilibratissima – bianca e turchese, fino alla scelta della carta e alla accuratezza nel lavoro di editing. Così godiamo di un libro ben fatto, oltre che intenso nel contenuto, che è oggi cosa rara e preziosa.
Ritratti in controcanto è un libro colto, per certi aspetti difficile. Marisa Ferrario Denna ha ‘dialogato’ con trenta scrittrici della storia (dal ’900 al ’500, in prevalenza ’900, per ovvie ragioni), un personaggio storico antico (Ipazia), nove donne del mito e venti pittrici (dal ’500 al ’900). Sessanta donne della storia e della leggenda, sessanta donne che hanno spesso pagato personalmente scelta dell’arte. Un libro quindi che, nel suo impianto geometrico, frutto di una mente solida e razionale come quella di Marisa Ferrario Denna, filosofa di formazione, è anche molto attento alle coordinate storiche (dal ’900 agli abissi del mito per risalire poi di nuovo al ’900), che creano una struttura circolare, alla ricerca, forse, di un senso da dare alle cose. Un libro che implica, dunque, conoscenze storiche, letterarie, artistiche (alcune artiste come Lalla Romano, Emily Dickinson, Gaspara Stampa, Artemisia Gentileschi o Frida Kahlo sono note alla maggior parte del pubblico, ma altre come Renée Vivien, Louise Labé e parecchie pittrici sono nomi più vaghi se non addirittura sconosciuti) e che presuppone un impegno di lettura e una scrittura non semplicemente ripiegata sui propri sentimenti, come la buona tradizione lirica prevede, ma che si apre all’arte degli altri attraverso un’indagine conoscitiva, simbolo anche di una maturità umana e intellettuale.
È un libro che nasce – anche – da una profonda solitudine, condicio sine qua non per lo studio e la riflessione, da una dolorosa solitudine, direi, la quale però cerca continuamente, come è tipico del femminile, un dialogo, un’empatia, un ristoro al vuoto dei giorni. Questo è dunque un dialogo tra l’autrice e le ‘sue’ donne, che lei interpreta, ma soprattutto sente, in modo a tratti davvero straordinario, frutto di uno studio molto approfondito che però – e qui è la magia e la forza della parola poetica di Marisa Ferrario Denna – ha saputo delineare in pochi versi il personaggio, con una capacità di sintesi che solo un’intelligenza particolare può generare (“Svetta l’aquila delle tue sopracciglia” è l’incipit Frida Kahlo; “Quante sigarette, Ingeborg? / Il fumo uccide Ingeborg” sono il secondo e terzo verso per la Bachmann; “Io voglio il biancospino / per me e per tutte quelle come me, / che sono rimaste per sempre / soltanto sorelle, ombre, / ombre e nient’altro / di ben più geniali – famosi – fratelli” è l’ultima strofa per Paolina Leopardi: e gli esempi potrebbero continuare). Questo dialogo col passato, con le proprie radici, rimanda all’annoso problema del rapporto arte/vita. Marisa Ferrario Denna dimostra che la scelta dell’arte è sì una rinuncia alla vita, a volte, ma paradossalmente permette di entrare più dentro nella vita, in una ricerca delle sue trame profonde e sotterranee che sottostanno al quotidiano e apparentemente inutile andare dei giorni, dandogli un senso che gli animi sensibili alla poesia sentono più di altri. L’aveva già affermato Antonia Pozzi (presenza quasi obbligata nella galleria di poetesse di Marisa Ferrario Denna) ai primi del ’900, riflettendo sul rapporto arte/vita nel Tonio Kröger di Thomas Mann: “Il contrasto tra Geist e Leben non va inteso nel senso che l’artista è colui che non arriva alla vita, ma colui che va oltre la vita”. Anche in questo libro c’è quindi un tentativo quasi ossessivo di cercare nell’ordine seppur fittizio dell’arte il senso alla confusione e all’ingiustizia della vita. Ordine si intitola, non a caso, il testo di chiusura, che diventa chiave di lettura della raccolta: “e le ciabatte – vuote – ad aspettare, / diranno dell’inutile fatica / di volersi – dal disordine – salvare”. Poesia come difesa e protezione, ma anche poesia come conoscenza dell’oltre, ricerca di bellezza e armonia.
Si ritrova questo ordine anche nella scelta formale, che definirei ‘classica’: sono frequenti la rima, il verso regolare (con prevalenza di endecasillabi e novenari), il sonetto e la quartina, a dire non solo una competenza tecnica non indifferente (che è anche a volte gioco linguistico: la poesia per Anna Maria Ortese, ed esempio, è costituita quasi interamente dai titoli dei suoi libri combinati tra loro), ma – ancora una volta – il grande debito e la grande conoscenza dell’autrice verso il passato, un passato in cui si può trovare, talvolta, una risposta e che, tuttavia, è rivissuto in modo personale, come sa fare solo chi lo vive in modo autentico, mettendosi in gioco. Rivisitare il passato, tra l’altro, è una scelta quanto mai attuale e necessaria, un modo intelligente e meno narcisistico di fare poesia oggi, in cui si vive per lo più nella contemporaneità, quindi nell’inconsapevolezza di sé e degli altri.
Infine, questo è senza dubbio un libro al femminile, nel senso più alto del termine. Marisa Ferrario Denna ci aveva già abituato ai ritratti densi ed empatici di donne o bambine della sua vita (Prima le donne e i bambini è il bel titolo della prima sezione di Mal di luna del 1996), ma qui il respiro è più ampio e si diffonde nello spazio e nel tempo. Si potrebbe sentire una certa vena manichea, dove il femminile è assolutizzato in senso positivo come sopruso, sofferenza, fatica. Ciò può essere vero, in parte, ma di fatto conferma lo sguardo di Marisa Ferrario Denna che è sì, il suo, di sofferenza, e che arriva quasi ad una purezza di pascoliana memoria in cui l’amore verso il mondo delle donne porta a un’empatia verso gli aspetti altrettanto puri e sofferenti delle altre donne. Similis cum similibus…
Pur essendo questo un libro tutto al femminile, il conflitto interiore, il contrasto arte/vita col conseguente continuo e ossessionante lavorìo sulla propria opera, in una ricerca che tende quasi alla perfezione, non può non ricordarci un poeta – maschio – che è padre e archetipo della tradizione lirica italiana: Petrarca (La matita, il primo testo – metaletterario – di Ritratti in controcanto, riecheggia, tra l’altro, un sonetto di Cavalcanti, simile al maestro aretino per la vena inquieta e drammatica: “Noi siam le triste penne isbigottite,/le cesoiuzze e ‘l coltellin dolente/ch’avemo scritte dolorosamente/quelle parole che vo’ avete udite”). Come Petrarca, che nel Secretum viene invitato caldamente da Agostino, sulla scia di Seneca, a intraprendere l’unico viaggio utile, quello dentro di sé (“E gli uomini se ne vanno ad ammirare gli alti monti e i vasti flutti del mare e i grandi flussi dei fiumi e l’immensità dell’oceano e il corso delle stelle; e trascurano se stessi – et relinquunt se ipsos“), Marisa Ferrario Denna si inabissa, anche attraverso ‘le sue Laure’, nei meandri del suo sé, per uscirne, forse, vivificata e arricchita, o almeno consolata. Dalla poesia, prima di tutto, che diventa scelta quasi mistica e radicale. “T’ho barattato – amore – con parole”: questo verso dell’ascetica Cristina Campo (altra donna della galleria) potrebbe racchiudere il senso del libro. A dire che la vita vera è la parola poetica perché, per riprendere Petrarca, “quanto piace al mondo è breve sogno”. Marisa Ferrario Denna ci ha donato un libro che è anche un sogno, una visione, un balsamo e un ristoro – sebbene forse fuggitivo – per la mente, il corpo, l’anima.
(11 gennaio 2012) Paola Barni

